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Dakar Rally 2026: cronaca di una sfida estrema

8000 km in Arabia Saudita

Ci sono corse che iniziano quando si abbassa una bandiera. E poi c’è la Dakar, che comincia quando ancora nessuno ha il casco allacciato. Nel calendario di questa 48ª edizione, fissata tra il 3 e il 17 gennaio, la parola chiave è una sola: ritorno. Ritorno in Arabia Saudita, ritorno al formato che pretende resistenza totale, ritorno a Yanbu come punto di partenza e di arrivo, chiudendo idealmente il cerchio davanti al Mar Rosso.

Ed è proprio qui che si capisce la differenza tra “esserci” e “andare a prendersela”. Perché, nelle settimane e nei mesi che precedono la partenza, i team più ambiziosi non parlano di partecipazione. Parlano di dettagli, di sviluppo, di rituali tecnici ripetuti fino all’ossessione. E quando finalmente si entra nel deserto, la Dakar fa il suo mestiere: mette ogni promessa sotto pressione.

Ford M Sport e Raptor T1+: la missione è una sola

Alla vigilia, Ford M Sport si presenta con una dichiarazione di intenti che non lascia spazio alle interpretazioni: quattro Ford Raptor T1+ V8, un anno intero di lavoro dopo il debutto, e un obiettivo esplicito dopo il podio nell’Ultimate nel 2025. Non si torna per vedere com’è. Si torna per puntare al primo posto.

Il cuore del racconto è anche un nome che alla Dakar pesa come un titolo: Carlos Sainz. Quattro volte vincitore nell’Ultimate, con le due vittorie più recenti arrivate dopo lo spostamento della gara in Medio Oriente, lo spagnolo diventa la sintesi perfetta tra esperienza e fame. E soprattutto diventa uno strumento di sviluppo: la sua “memoria” del deserto viene messa al servizio della messa a punto, mentre il progetto evolve su sospensioni, frenata, trasmissione e su quel pacchetto di miglioramenti che, alla Dakar, valgono più di qualsiasi annuncio.

Sainz racconta il lavoro con la lucidità di chi sa che l’affidabilità è una forma di velocità: dall’inizio del progetto, dice, ha lavorato con gli ingegneri per sviluppare l’auto e sommare miglioramenti su più aree, perché è la somma che fa la differenza quando la sabbia decide di non concedere nulla.

Accanto a lui c’è Lucas Cruz, il copilota delle sue quattro vittorie precedenti. E l’obiettivo, qui, diventa anche storico: una vittoria con Ford renderebbe Sainz l’unico pilota capace di vincere la Dakar con cinque costruttori diversi. In un rally dove la leggenda non è un aggettivo, ma un traguardo misurabile.

Poi c’è Mattias Ekström, terzo assoluto nel 2025 e quindi miglior Ford dell’edizione passata. Il suo mondo è sempre stato quello di discipline diverse, ma il deserto gli ha insegnato progressione: cinque Dakar, miglioramenti continui, e ora un bersaglio dichiarato senza giri di parole. Ekström parla di due settimane “pulite” come condizione necessaria, sapendo che alla Dakar “pulito” è quasi un’utopia.

E poi Nani Roma, uno di quei nomi che sembrano costruiti apposta per questo evento: vincitore su due e su quattro ruote, tre decenni di esperienza, e un ruolo che va oltre la guida. Nel 2025 è stato lui a portare alla Raptor T1+ la prima vittoria di tappa in assoluto, e torna ancora con Alex Haro.

Completa la formazione Mitch Guthrie Jr., che nel 2025 ha fatto il salto nella Ultimate e ha chiuso quinto assoluto, dimostrando velocità e capacità di stare nel gruppo dei migliori. Un equipaggio completamente americano con Kellon Walch, con un’idea quasi cinematografica sullo sfondo: riportare un’eventuale vittoria fino a Dearborn, Michigan.

E intanto la macchina evolve: carrozzeria alleggerita e più filante, porte ad apertura tipo gullwing, luci diurne anteriori, parabrezza in laminato di policarbonato, e sempre quel 5.0 litri Coyote Darkhorse V8 come firma sonora e tecnica del progetto. Alla Dakar, ogni modifica è una dichiarazione di guerra al margine, e ogni margine è un rischio.

Red Bull KTM Factory Racing: difendere è più duro che conquistare

Se per Ford la narrativa è “tornare per vincere”, per Red Bull KTM Factory Racing è ancora più brutale: vincere di nuovo. Il comunicato lo dice senza romanticismi: l’unica cosa più dura che vincere la Dakar è ripetersi. E farlo in un contesto dove la concorrenza ti studia, il deserto ti aspetta e la pressione diventa parte del percorso.

Daniel Sanders arriva da campione in carica e da campione del mondo RallyGP: dopo la vittoria alla Dakar 2025, infila successi ad Abu Dhabi, in Sud Africa e in Portogallo, conquistando la corona del Mondiale FIM World Rally Raid. Ma alla vigilia sceglie una linea mentale netta: “cancellare” la stagione precedente e ritrovare la motivazione di quando si vince per la prima volta. La sua Dakar ideale è una frase sola: mettersi davanti e poi gestire fino alla fine.

Accanto a lui c’è Luciano Benavides, quarto alla Dakar 2025 e deciso a trasformare il sogno in realtà. È una motivazione dichiarata, quasi personale: ogni anno c’è un solo tentativo, e quel tentativo non si spreca. E c’è Edgar Canet, 20 anni, chiamato a fare un salto di categoria che cambia pressione, mentalità, e persino il modo di respirare la gara. Nel 2025 ha vinto la Rally2 al debutto, poi il Mondiale Rally2, e ora entra tra i grandi, dicendo apertamente che non esiste motivazione più grande che correre contro i migliori, nella gara più dura.

Anche qui, la tecnica non è sfondo: KTM 450 Rally, moto più vincente nella storia della Dakar, aggiornata profondamente nei dodici mesi precedenti. Design più snello pensato per le tappe più dure, e una capacità carburante da 35 litri per reggere l’edizione saudita descritta come la più lunga, in termini di distanza di gara.

Settimana uno: il deserto sceglie i suoi protagonisti

Alla Dakar, la prima settimana non è un’introduzione. È una selezione naturale. Le storie emergono non perché sono “belle”, ma perché resistono. E tra i temi che definiscono l’avvio, ce ne sono cinque che diventano cartoline reali del 2026: Dania Akeel, Mathieu Baumel, Edgar Canet, Stéphane Peterhansel, Johan Kristoffersson.

Baumel è il caso che sposta la prospettiva. Meno di un anno dopo un incidente che ha portato all’amputazione della gamba destra, torna a correre, e la sua determinazione finisce per ispirare il pilota Guillaume De Mévius. Il racconto è crudo nei fatti e limpido nella volontà: coma indotto, riabilitazione, ritorno alla competizione.

E poi la Dakar che, fedele a se stessa, alterna picchi e crolli: vittoria di tappa, terzo posto provvisorio, quindi una battuta d’arresto enorme sulle rocce, con oltre due ore perse. Ma la storia non si ferma, e Baumel spiega anche il gesto più semplice e più “Dakar” possibile: come gestisce i cambi gomme nel deserto con la protesi, con De Mévius che lo aiuta.

Canet, invece, è il classico lampo che la Dakar concede e subito pretende di pagare: vince il Prologo, vince la tappa uno, si mette a mezzo minuto da Sanders, poi la durezza del terreno lo rispedisce indietro in maniera spietata. “Le rocce ti distruggono le mani e la testa”, dice. In una frase c’è tutto il manuale del rally raid.

Akeel vive la Dakar da “home hero” senza retorica: undicesima nel Challenger, quattro podi in settimana uno, e la sensazione che la sua costanza sia una forma di forza davanti al pubblico di casa.

Kristoffersson, otto volte campione del mondo Rallycross, capisce subito quanto la Dakar sia una montagna russa: si ribalta nel Prologo, recupera, e chiude la settimana migliorando la propria posizione e dichiarando che temeva un debutto come “saltare da un aereo senza paracadute”, ma che il supporto ricevuto lo ha tenuto in gara.

E poi c’è Peterhansel. “Monsieur Dakar” ritorna, e non lo fa per una passerella. Dice che avviare un programma nuovo è sempre complicato, anche dopo 6000 chilometri di test, perché l’apprensione resta. Ma le cose stanno funzionando, e il distacco in Stock resta recuperabile. La leggenda, qui, è un lavoro quotidiano.

Dal prologo al verdetto: due settimane che diventano storia

Il diario di gara della Dakar 2026 è un flusso continuo, e quando lo attraversi ti accorgi che non è mai una linea retta. È un’alternanza di navigazione, polvere, pietre affilate, strategie che saltano, e momenti in cui l’umanità entra in pista accanto alla velocità.

L’apertura racconta subito l’intensità: Canet, giovanissimo, si prende il Prologo; Ekström firma ancora una volta la sua impronta nelle prove iniziali; nel Challenger c’è un podio che accende il pubblico locale con Akeel; e nel mezzo, la Dakar fa la Dakar, con Kristoffersson capovolto e comunque deciso a ripartire.

Poi arrivano le tappe che spostano davvero gli equilibri. Tra gli episodi simbolo, c’è la crescita dei giovani nell’Ultimate con vittorie di tappa e leadership che cambiano, e c’è la navigazione che diventa una disciplina a parte, con i copiloti celebrati quando la prova speciale si trasforma in un rompicapo.

Nelle moto, la tensione cresce fino a farsi fisica. Daniel Sanders, campione in carica, vive un passaggio da film ma senza finzione: cade, si fa male in modo serio, e parla come parlano quelli che alla Dakar non stanno recitando. Ammette subito l’infortunio, afferma che valuterà con il team, ma dice anche che non si ferma a meno che non lo trascinino fuori. E c’è un gesto che racconta lo spirito di questa gara: l’aiuto ricevuto da Ricky Brabec, in un atto di sportività che non pesa in classifica ma pesa nella memoria.

Mentre nelle quattro ruote l’Ultimate si struttura attorno a un confronto che sembra destinato a restare aperto, e invece prende una direzione precisa. Nasser Al Attiyah costruisce un vantaggio con la lucidità di chi conosce il rally raid come un linguaggio madre. La sua frase, quando la situazione si mette bene, è tutta nella misura: trovare il bilanciamento tra spingere e mantenere il controllo.

E intanto il resto del gruppo scrive pagine che non sono “secondarie”. Roma che combatte fino al limite e racconta una giornata “la più dura” della sua carriera, fino a un finale assurdo tra impatto, ruota danneggiata e persino carburante finito a pochi chilometri dal bivacco, risolto grazie a un traino ricevuto da Laia Sanz.

Kevin Benavides che, al volante nel Challenger, continua ad adattarsi e trova anche vittorie di tappa, ricordando luoghi e sensazioni di un passato da vincitore su due ruote. Baciuška che in Stock gestisce un vantaggio enorme ma non concede nulla, perché alla Dakar “non dare nulla per scontato” è quasi una regola di sopravvivenza.

L’ultima tappa: quando due secondi diventano eterni

Il 17 gennaio, Stage 13, Yanbu su Yanbu. Una speciale breve, una sprint finale, eppure capace di comprimere due settimane e oltre ottomila chilometri in un margine che non esiste: due secondi. Luciano Benavides parte sotto di 3 minuti e 20 secondi, e ribalta tutto. Il comunicato lo definisce storico e drammatico, e lo è davvero perché avviene nel modo più “Dakar”: quando tutti pensano che il destino sia già scritto, e invece l’ultimo chilometro è ancora una pagina bianca.

Benavides vince il titolo Bike per Red Bull KTM Factory Racing con il più piccolo margine nella storia della Dakar, e lo racconta senza filtri: dice che è irreale, dice che non ha mai smesso di sognare, e soprattutto mette il numero davanti a tutto, quasi per renderlo credibile: due secondi dopo due settimane e oltre 8000 chilometri. E dentro questa storia c’è anche una risonanza familiare, perché ricorda che Kevin aveva vinto nel 2023 con 43 secondi, che era il finale più stretto fino a quel momento. Ora il record è stato riscritto.

Accanto al trionfo, ci sono anche le traiettorie complete dei compagni di squadra: Sanders chiude quinto dopo l’infortunio e dice che alla fine era in così tanto dolore da voler solo sdraiarsi, prima di correre a congratularsi quando scopre la vittoria di Luciano. Canet, ancora 20enne, porta a casa tre vittorie di tappa, inclusa l’ultima, rivendicando che la KTM continua a dimostrare di avere la moto più veloce.

Nel frattempo, in Stock, Rokas Baciuška domina: sette vittorie di tappa e un successo netto, con Defender che nel suo anno di debutto vive un’affermazione enorme. Baciuška parla di impresa del team e di notti senza sonno, e quel dettaglio basta a ricordare che la Dakar è anche logistica, lavoro e riparazioni quando nessuno guarda.

E nell’Ultimate, Nasser Al Attiyah si prende il sesto titolo. Non un finale al fotofinish, ma una gestione da veterano: parte da un progetto Dacia sviluppato “da zero”, dice, e lo porta fino alla vittoria ringraziando copilota e squadra, con la soddisfazione piena di chi aggiunge un altro strato a una carriera già leggendaria. Alle sue spalle, la Ford Raptor T1+ di Roma è seconda e Ekström terzo, replicando il suo risultato del 2025. Sainz chiude quinto, Guthrie Jr dodicesimo, e il quadro finale restituisce la forza complessiva del programma Ford.

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Tags: Dakar Rally, KTM, Red Bull

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